Nazarena con l’allure di Morticia Addams

Buonasera,

Sono stata un po’ lontana dal blog (o come direbbe lo storico: “mi sono data data alla macchia”). Come è andata la vostra estate? Ecco il resoconto della mia:

Capita di ripetere in camera, quasi nuda per il troppo caldo, e di guardarmi il ginocchio pensando che ho un ginocchio di merda e vorrei quello del Parnaso di Mengs. Accidenti ai Neoclassicismo e a quegli ideali irraggiungibili. Avete fatto caso a quanto sia difficile avere delle ginocchia perfette? Giugno vola portandosi con sé ansie, pioggia e paranoie.

Metto i soldi da parte per non so cosa, ma l’indipendenza è il mio primo obiettivo. Mi slogo il polso a causa di una caduta rovinosa (scelta semantica accurata🤣🤣🤣) e addio pole per un po’. Questa è un’estate di lavoro continuo: studio e lavoro, lavoro e studio, concerto degli Afterhours e studio.

Capita di uscire qualche volta con un matematico, che dice: “Facciamo questo o quello oppure questo. Aut aut” “Alle cinque e 12 saremo là” “c’è l’80 per cento di possibilità per la tal cosa, il 20 per quello” . Cazzo che ansia. Ha la presunzione di sapere tutto, di spiegarmi le le ragioni del mondo, di poter ridurre tutto a mere percentuali, quel modo insopportabile di catalogare, di contraddire, di litigare. Mi dice: “Sei fredda” e io dico “Già, ma solo al 70 per cento” e non si accorge che scherzo. Mi viene da ridere, perché io ho assurto l’imprevisto a mio dio. Quindi, ognuno per la sua strada, tanto siamo incompatibili. Io non credo al nero e al bianco, io sono di mille sfumature, sono una di quelle collane che cambia colore a seconda di come la tocchi. That’s all.

Ho imparato a bastarmi, a fregarmene e a non accontentarmi. Capita di lamentarmi costantemente per il caldo, di spendere lo stipendio in creme solari, di diventare un’efelide bipede, nonostante mi obblighi ad uscire di casa vestita a metà fra una sciatrice professionista e una talebana. Le lentiggini mi piacciono, ma con moderazione: In medio stat virtus, purtroppo io ancora non so da che parte del globo stia in medio. Vado una settimana a Berlino per stare con lo storico, anche se sono riuscita a vederlo pochissimo, perché lui è oberato di impegni lavorativi . Penso che qui si respiri ancora il disastro del secolo scorso, che dietro ai palazzi nuovi, ci siano le tracce malcelate di un passato insanguinato. Basta saper osservare e si coglie la dicotomia fra il voler cancellare e il ricordo. Finalmente rivedo il Croato che mi ripete poesie, che gira il mondo ed ora temporaneamente si è stabilito in Germania. È un animo inquieto, squattrinato, ha lo sguardo pazzo,mi parla nella sua lingua, poi in inglese, ridiamo. Seduti davanti a dove lavora, il croato mi guarda e dice:” I really love you”, io rido. Io croato mi ama lì su quel tavolino, mi ama il tempo di una canzone, il tempo di vedere passare un tram. Domani amerà un’altra con la stessa passione, entusiasmo e sincerità. È bello amare come lui senza false promesse affidandosi all’hic et nunc, a quello che certamente avremo e nient’altro. Solo oggi, domani sarà altro. Rido e lui mi fissa con lo sguardo pazzo, rido perché so come funziona, ma non è ciò che voglio. Glielo dico e lui giura amore eterno, una promessa che dimenticherà appena svolterà l’angolo. Non è cattivo, si lascia trasportare dal sentimento momentaneo nella vita e nei rapporti. Mi piace stare lì con il croato, sono dei momenti in cui mi sento nel posto giusto. Il croato incarna il ricordo della mia esperienza a Londra: libertà estrema, divertimento, lavoro, il terrore di diventare grigi come gli adulti, l’euforia di non rispettare le regole. Io poi ho capito che, prima di infrangere le regole, è necessario conoscerle e valutare razionalmente se è il caso o meno. Lui ancora no. Il croato è, ai miei occhi, la me di due anni fa, ciò che non sono più e che a volte mi manca. Capita di andare al Pride di Berlino, perché ognuno è libero di amare chi vuole e i diritti devono essere riconosciuti e rispettati. La prima parte del pride è piena di colori, di messaggi positivi, di palloncini colorati, di gente travestita, di orgoglio per ciò che si è, di voglia di essere accettati…. la seconda parte è un’orgia dionisiaca, in cui persone drogate/ubriache sfilano in preda all’ebrezza. Passaggio repentino dalla bellezza e positività alla degenerazione. L’ultima parte è tremenda e stride, come stridono le persone che passano sopra il vetro delle bottiglie lasciate a terra. Alla fine rimangono le strade deserte ricoperte da una montagna di vetro, insieme a qualcuno troppo ubriaco/drogato per proseguire. Desolante. Aiuto lo storico a rimbiancare la sua camera. Sporchi di vernice mangiamo la pasta, mentre lo storico si abbandona ad un’invettiva di cui non ricordo il topic . Sua madre mi manda messaggi: “Sta bene? Mangia? COSa fate? Digli di farsi sentire . Lo storico è ancora spaesato in questa città, così grande, così nuova, così difficile e a tratti diffidente… e mi chiede se andrà tutto bene” Starai bene” dico e, anche se è una frase che odio, ora è necessaria e finisco per crederci anche io. “A…” mi piace quel modo di pronunciare il mio nome, quando dico qualche scemenza o esagero con lo sturm und drang. Dove lui porta rigore e metodo, io porto tempeste emotive. Una sera davanti a una birra sul terrazzino, mi chiede: “Perché non resti qui con me? Staremmo così bene”.

Presento lo storico al croato e nell’aria c’è quella diffidenza mista a curiosità tipica di quando due persone, che hanno sentito parlare dell’altro, si incontrano. “Ma questo è un cretino”. Mi dice lo storico dopo, ma a lui non piacciono mai i miei amici. “Che noia” sibila il croato il giorno dopo.

“Bisognerebbe eliminare questi social, tornare ai rapporti di prima” dico io e lui ride:”Sei diventata peggio dei nazareni” (gruppo pittorico dell’800 che mirava ad una rigenerazione della società e l’arte tramite un ritorno al primitivismo). Il croato e lo storico mi accompagnano all’aeroporto e non fanno altro che discutere su qualsiasi argomento, in primis sulla polivalenza. E capita di andarmene senza voltarmi, perché sento delle fitte se mi giro e li vedo sempre più piccoli e lontani. Chissà quando rivedrò il Croato. Forse Aspetterò domani per avere nostalgia, signora libertà, signorina anarchia...

I miei genitori organizzano una cena sul terrazzo, che sembra una barzelletta: una sera di fine luglio un fervente cattolico e una nazi macrobiotica invitano: un prete, una vedova (una del “manipolo delle fedelissime”), un fruttariano e un’insegnante di yoga. La vedova guarda tutta la sera il fruttariano, che mangia le melanzane, e continua a ripetere che sono verdure. Il prete, rimasto fedele all’inquisizione, ritiene lo yoga una pratica demoniaca. Divertitimento assicurato in una serata dalle sfumature alleniane.

Capita di lavorare 10 ore e poi andare a correre, perché voglio morire giovane, ma in forma.

Capita di vedere ex con qualcuna in giro e che poi la sera tenti di chiamarmi. Non rispondo, mi immagino il dialogo nella mia testa. it’s enough. Gli addi 2.0.

Io, isolata dal mondo social, che ho tolto tutto e sto bene, anzi, terribilmente bene. Ho letto verso la foce di Celati e mi è presa voglia di andare a camminare alla scoperta di qualcosa… Poi ho letto i sillabari di Parise e mi è venuta voglia di scrivere un racconto. Poi ho riletto Uomini e Topi, che è così essenziale e diretto da avere una forza espressiva difficilmente imitabile.

Una sera un bohémien che ci prova con me mi dice che ho l’allure di Morticia Addams. Sicuramente ho il suo “colorito”. Sono cadaverica e ritengo che il “color mortis” mi si addica.

Capita che porti mio nonno a prendere il gelato e gli ridono gli occhi. Mi racconta di quando era piccolo, mentre gli cola il gelato. Inventiamo storie sulla gente che passa e rimaniamo affascinati da una donna, che sembra aver trovato il suo posto nel mondo e non miri più ad affascinare nessuno. Questa ventata di sicurezza le conferisce un fascino particolare. Mio nonno dice cose sagge: “Bisogna adattarsi ai cambiamenti” ed ha ragione. Nelle sere in cui sono a casa da sola viene a cena, mi parla di tutte le amanti che ha avuto. Sono cose passate. Mi attacca pezzetti di sé, a volte con disperazione, come se potessi tenerlo in vita quando non ci sarà più.

Clienti stranieri parlano inglese semplificato o gesticolano , a me viene da ridere, perché in inglese ho il proficiency e li capirei benissimo , mentre in italiano non ho neppure il livello base. Sono obbligata ad ascoltare di tutto a lavoro: da discorsi sessisti, omofobi, razzisti e tentativi di rimorchio non richiesti. Ed io non posso ribattere, come vorrei, perché non è professionale. Quando sono in auto mi sfogo. Alcuni clienti sostengono che ci vorrebbe un muro, quindi ripeto fra me e me che i muri sono trasposizioni architettoniche della paura, che non risolvono i problemi e che soprattutto crollano. Arroccarsi su una cittadella fortificata è da sempre l’ultimo tentativo di prolungare il rantolo di una civiltà morente.

Talvolta rido, anzi, mi sganascio. E poi i pianti. Lo storico, in una delle nostre interminabili chiamate, mi dice “Sei matura”. E mi viene da ridere, perché non ho più 15 anni ed è ora di crescere.

Capita di portare G. al mare. G è venuto dal Congo, ha gli occhi scurissimi e una risata contagiosa. Lavora in cucina ed impasta con un’energia tale che il proprietario gli ha detto di rallentare. Gli chiedo continuamente di raccontarmi di lui, perché ora più che mai abbiamo bisogno di testimonianze. Qua non sapeva cosa avrebbe trovato, è venuto alla ricerca di qualcosa di meglio . G vuole andare al mare, me lo ripete quando arriviamo a lavoro, quando usciamo, quando sistemiamo i tavoli, quando siamo in pausa. “Voglio andare al mare A.”mi dice e io dico che a me il mare fa schifo . Un giorno, però, decido di accompagnarlo. Lui inizialmente è sospettoso, poi diventa entusiasta e vuole fare il bagno. È talmente contento, che contagia anche me. ” È bello stare al mare per divertirsi e non per salvarsi la vita” dice, mentre coperto di salsedine, fissa il sole. Queste parole bruciano più del sole che mi scotta la pelle e non so che dire , perché certe situazioni meritano rispetto e persino una parola è di troppo . E gli chiedo scusa, lui ride. Scusa perché sono nata dalla parte ricca, scusa perché sono nata con i privilegi, che non sono una colpa, ma neppure un merito. Scusa perché, anche impegnandomi, non capirò il tuo dramma. E scusa per loro, quelli di “prima gli italiani” che, per paura, a volte scordano che sono umani prima di italiani.

Un pomeriggio a settimana aiuto un ragazzino svogliato a fare i compiti. Dopo aver consultato la madre, gli propongo di fare l’analisi grammaticale delle canzoni che gli piacciono. La proposta lo alletta, quindi: “una tipa chic come te vuole un trap boy come me” is the new “mia mamma è buona e mi ama”. Sfera ebbasta (nome del trapper) mi ha insegnato una cosa: “non rispondere al tuo ex” e se lo dice lui, è vero.

Ogni tanto passo a trovare il prof S. in una libreria dell’usato, dove fa volontariato. “A. dovresti venire ad aiutarmi”. ” verrò” “Lo dite tutti e non venite mai. Vuoi una caramella?”. Mi siedo e mangio caramelle troppo dolci, mentre il prof S. mi racconta cose troppo amare. Glielo faccio notare e lui sorridendo mi dice: “tutto è un ossimoro, ma questo lo sai”.

Talvolta penso a ciò che sarà e non riesco a dormire, mi viene in mente una frase di una canzone: “Chi vive nel tempo, muore contento”. Che forse è vero, ma cosa vuol dire vivere nel tempo? E mi piace l’idea di cuori che battono a ritmi diversi piuttosto che un unico battito universale:centinaia di orologi sincronizzati che scoccano a ripetizione.

A volte capitano così tante cose che mi scordo di respirare

(e di scrivere in modo coerente, ma questa è un’altra storia)

A.

Ciò che resta nel tempo

Ieri stavo studiando in giardino e mi sono fermata ad osservare le anziane che, ogni sera, escono dalle loro case, si siedono sulle sdraio nei loro giardini, si salutano e chiacchierano. Questo saluto ha un carattere formulare e mi pare che risalga il corso del tempo. Queste donne, o almeno quasi tutte, sono nate in questi luoghi ed hanno assistito alla distruzione e all’ abbandono delle campagne. Questa uscita serale sembra un’abitudine consolidata nei secoli, che continua, nonostante davanti ai loro giardini, ormai ci sia una statale trafficata. Cerimonia di appropriazione di identità per gli autoctoni, che esclude chi non ha respirato l’aria pre-omologazione, chi pensa che le campagne siano la versione tranquilla delle metropoli, chi è nato ai tempi di questi non luoghi, che spogliati della loro essenza, promettono ai loro abitanti il brivido di una vita totale e universale. Queste donne erano qui da prima e mi piace pensare che ci siano sempre state, che siano quel che resta di ciò che è stato cancellato dall’asfalto, da uno stuolo di ingegneri e dal progresso. Forse l’aura di un luogo si cela nei gesti che continuano e in queste donne, nell’idea che ho di loro, chissà.

Qui, in questa campagna fortemente antropizzata, resta ben poco del mondo contadino. Agli occhi estranei possono sembrare gesti per tenere in piedi una rappresentazione apparentemente senza senso. C’è l’idea di un ordine vuoto che si ripete ad oltranza, noncurante del tempo che passa e che scatta a ripetizione. Domani sera si ripeterà lo stesso cerimoniale, forse con attrici diverse, ma sarà lo stesso. Davanti a loro, penso che il senso delle cose si trovi in quelle mosse e che non ci sia differenza fra questa ripetizione perpetua e lo spuntare casuale dei fiori lungo la strada avvelenata dallo smog. Il carattere formulare e solenne di questo saluto è affascinante (soprattutto in questo mondo veloce) e ben lontano dai tentativi cittadini di arginare il vuoto dell’anima, della vita o di quello che vi pare con esperienze continue e schizzofreniche. Forse questo è un retaggio di un rituale, che neppure l’urbanizzazione spietata ha ucciso. Appuntamento che avviene quotidianamente con solenne lentezza in contrasto con lo sfrecciare delle auto. Tradizione atavica in mezzo a villette geometriche tutte uguali. Da un lato i rimasugli di una secolare appropriazione di identità contadina, dall’altra canzone senza sentimento.

A.

Ce l’ha a forma di Nike. How to talk dirty to someone. Cose da non dire.

In realtà non so bene quale assetto dare al blog, per ora mi limito a scrivere ogni cazzata che mi passa per la mente. Al momento, quindi, scriverò something about my exciting life (togliamo l’excting, lasciamo life). Stay tuned. Poi, dopo gli esami, rifletterò su cosa fare.

Cast : A., Maths lover, lo storico quasi crucco, ragazza di Math, Hegeliana, il chimico to be, Crocchella man e il misantropo.

Abbiamo parlato di politica e ci siamo scannati, perché alcuni votano il partito di destra mainstream e gli altri il partito di sinistra mainstream. Io ero in disparte (a sinistra), in quanto non ero schierata né con i fautori del #rimandiamoliacasaloro, né con i sostenitori del #facciamofintacheilPdnonsiamorto.

“E te A?” ” ciò che voto io non lo considera nessuno” “Ma dai…. non dire così” “Sono seria, la considerazione è tale che non concorre alle Europee”

Ilarità generale per il mio partito fantasma, che, badate bene, non è quello dei pirati. È semplicemente molto marginale, tanto marginale che mia madre, dopo aver votato alle scorse elezioni , mi ha detto: “Ma allora il tuo partito esiste davvero, io credevo che fosse frutto della tua immaginazione ” . Comunque, dopo aver accantonato l’argomento da persone serie e mature, siamo tornati al nostro main topic da giovani ninfomani che trova tutti d’accordo, ossia:

Sex nothing but sex (we don’t care about variatio)

Frasi a caso pronunciate dai membri del gruppo, che riporto (senza censure) perché sono “poetiche” e attestano la nostra profondità, grandezza d’animo, levatura… :

“Dai 15 ai 99 anni vanno bene tutte” “Ma perché proprio 99?””Perché 100 mi paiono troppi, sì, basta che respirino, anzi, che siano ancora calde” “No, non mi interessa che siano belle” “sei sessista” “No, sono io a voler essere usato come un oggetto. Donne usatemi”

Parlando di una tizia che ha frequentato uno del gruppo: “Quella là ha la vagina storta”, “Ma cosa vuol dire?” “Ce l’ha a forma di Nike”

“Bolt dei cazzi, il cazzo più veloce del West: non ho fatto in tempo a spogliarmi, che era già venuto ” “E allora cosa hai fatto?” “Mi sono rivestita e sono andata a cercarne uno più lento. Il West è vasto” ” Non aveva detto che voleva giocare a un, due, tre…. Sborra?”

“Ma i peni dei gemelli sono uguali?””perché ti interessa? “” Mi è venuto in mente ora”

“Eh no, non parlatemi di micropeni” “Argomento delicato?” “Lo diventa, se il pene è inesistente come Mark Caltagirone” “che stronza”

“Non mi puoi dire che Manuel Ferrara ti fa schifo” “non la prendere sul personale” “Eh sì me la prendo, vedo più Manuel della mia famiglia” “Ma tu sei pazzo” “Sì di Manuel, che eroe ”

“I porno non sono realistici, vi immaginate fare tutti quei versi per davvero ? ” “Alcuni sono comici” “guardarsi un porno intero è da suicidio” “Noi una volta abbiamo fatto una maratona di porno, mi scoppiavano gli occhi” “Ma vi segavate a vicenda?” ” Era a scopo informativo”

“Lo sapete che a lei piacciono i BDSM giapponesi?” “Che merdate, i giapponesi oscurano i genitali, a quel punto mi guardo Game of Thrones” “Ma in un porno i genitali sono importanti?” “Ma che domande sono, se devo guardare qualcosa di istruttivo mi guardo Alberto Angela” “A me Alberto Angela eccita”

“Io ho il Figa radar, ma vale solo se è depilata””Che schifo “

“Però tutti insieme potremmo farla un’orgia, sai che figata!” “Ma tutti noi?” “eh sì, il misantropo filma però, perché che ha una joie de vivre tale da farlo diventare moscio anche a Rocco” “Che stronzo” “Cazzo che idea, però deve essere ben strutturata, deve essere un’orgia che ecciti anche le donne” “Eccola è arrivata” “Ma facciamo bondage? “Faremo i soldi, immaginate” “Io voglio un completo in latex” “Ma che merdata”….. Dopo aver parlato per mezz’ora di questa fantomatica orgia, Maths lover, che fino a quel momento era stato in religioso silenzio, con grande serietà ha detto:

“Ci ho riflettuto, posso partecipare all’orgia, se lei (la sua ragazza) vuole”.

Maths lover è molto portato per la matematica, ma ahimè, non capisce gli scherzi. La sua ragazza lo ha letteralmente fulminato con lo sguardo e ha fatto morire la fantasia di Math sul nascere.

A fine serata lo storico, con gli occhi lucidi, ha decretato che gli mancheremo molto, ma soprattutto gli mancheranno le nostre stronzate

“Perché voi siete proprio grulli, non vi dovete neanche impegnare. È bello avere qualcuno con cui fare il grullo senza essere giudicato. Non fate l’orgia senza di me, mi raccomando eh”

Il commiato è stato ben lontano da quello dei film o dei romanzi, ma, a noi, probabilmente grazie all’alcol, ci è sembrato bellissimo e commovente. Addirittura Crocchella man, ubriaco fradicio, ha iniziato a piangere e a dire : “Non piango per lo storico , piango perché quella ce l’aveva a forma di Nike. Non capite la tragedia”.

Le risate e un giro gratis di shots hanno reso meno amara la partenza dello storico.

A.

Io, però, sono andata ad accompagnarlo all’aeroporto, perché preferisco i saluti da sobri.

As a known enemy

Stanotte ti penso.

A volte di notte mi capita di pensare a te e non dovrei, cazzo. A te che mi dicevi banalità. Io non mi sbilancio mai, ma con te ho fatto mille eccezioni. Non è colpa tua. Perché io lo sapevo come eri. Era un gioco, pensavo, quando mi stanco, lo lascio. Da gioco a patologia. “Sei la mia droga” mi dicevi. Io la tua droga leggera, tu la mia droga pesante.

You fuck my head, damn. MY HEAD

Ore 2.30 ascolto “Come as you are” dei Nirvana. La tua canzone preferita.

Dopo la fine , dopo mille pause, dopo chiarimenti, dopo litigate, dopo essersi gettati la merda addosso, era un nuovo inizio. Ogni volta. Ogni volta la stessa storia. No, questa è l’ultima. E invece ripartivamo. Lacrime versate, parole e promesse a vuoto. Punto e a capo. Senza di te c’era il vuoto, tu riempivi gli spazi, i buchi neri, le mancanze. Scacciavi l’horror vacui. Ma eri te o era la proiezione che mi ero fatta?

Stanotte il male non conta. Stanotte torno a invischiarmi. Implodo come centinaia di altre volte. Mi spengo e Implodo. Scoperchiato il vaso, esce di tutto. Crollano le maschere. Do you remember when you used to sing Demons?. Don’t get too close. “Sembri forte, ma lotti contro i demoni” “Come tutti”. Uno sei te, gli altri sono miei. Tonight my demons are back, stronger than ever. Scoperchiato il vaso di Pandora, crollano le maschere. Il dolore torna. Nice to see you again. Stanotte voglio lasciare che il dolore scorra. Per rinascere domani. Voglio deporre le armi, voglio che i demoni vincano. Take my soul. Sopravviverò comunque. So camminare dritto sull’acqua. Nel turbine, ci sei te. Intorno c’è il caos, ma tu sei nitido. If you loved, why would you leave me? I demoni parlano, non sono io. Li lascio parlare, perché domani il vaso sarà richiuso. Il dolore taciuto. Tornerò a camminare sull’acqua e a ridere. Perché questo bisogna fare. E tu mi chiedevi come riuscissi ad arginare i problemi, a trascinare i macigni, a superare la paura di stare a terra . È questione di annegare e riemergere. Stanotte non conta. Conta domani. Stanotte l’anima brucia, più di quanto illumini. Stanotte devo essere risucchiata. Devo rinchiudere i pensieri in periodi brevi. Domani sarà atarassia, aporia, qualunque cosa con l’alfa privativo. Stanotte, invece, sarà così.

E sono stupida, lo so. Lo storico mi ripete che mi violento il cervello. E ha ragione. Con gli altri è facile. Tutto facile. Mi sembrano tutti meno complessi, meno intelligenti e meno maledetti di te. Meno interessanti. Non sono te, alcuni dicono anche parole d’amore, ma sono avventate e non producono nessun effetto, se non quello di farmi fuggire più in fretta. Lo storico, che ne ha conosciuti alcuni, mi ha detto che molti sono più simpatici e brillanti di te. Forse lo sono per tutti, ma non per me. Io nego ciò che è oggettivo per difendere l’onore di un coglione. Ti santifico e ti maledico. Odi et amo. Più amo che odi. Sono talmente ossessionata da te, che stanotte mi sembri la cura. Ma non lo sei. Amore patologico. Pensieri a caso e lacrime, le ennesime, sul cuscino. “Sono depresso di nuovo”. Hai detto. Vedi sempre buio, vivi in un mondo di sofferenza auto imposta. HAI DETTO CHE IO TI SALVO OGNI VOLTA.Vuoi che ti dica ciò che penso? Muoriamo, ma ognuno per conto suo. Non salvo neanche me. Ti consola se anneghiamo in mari distanti? Anime affini che si scontrano, uniscono e poi muoiono lontane. Non verrò a fondo con e per te, a fondo ci vado da sola. Ma solo stanotte, e oggi non conta. Non voglio che conti. L’ultima volta, te l’ho letto negli occhi che avevi bisogno di me, ma non ho ceduto. Ed ora mi sento in colpa. Ma ti rendi conto? Sono Io a sentirmi in colpa. Cioè, nella mia mente, tu sei la vittima e io la carnefice. Io sono la carnefice, ma di me stessa. Più sto male, più amo. Più soffro, più mi sento vicino a te, che dicevi di soffrire di più. Amore patologico, il nostro. Ammesso che si tratti di amore e non solo di patologia. Se amare è soffrire, ho amato abbastanza. E se soffrire è amare, ho sofferto abbastanza. Amato e sofferto. Ho alimentato un fiume. Cazzo. Non ha senso. E sono l’eroina romantica per eccellenza, mentre io sarei voluta nascere Lara Croft. Io eroina romantica e tu eroina iniettata endovena. Sempre eroina.Tu dispensi emozioni forti e io mi prendo ciò che viene. No, non più. C’è qualcosa in me che è sbagliato e non ha limiti, c’è qualcosa in te di sbagliato, che ci rende simili . AFTERHOURS. Ho pensato che forse avrei potuto dirti sì, anzi, che avrei dovuto, anzi che devo e voglio. Pensieri patologici si tramutano in parole. Ma non lo farò. Amami e distruggimi. Basta un tuo tocco per avviare il processo di eliminazione. Epurazione. Stanotte mi manchi. Mi mancano i baci amari.

Stanotte il male non conta. Scoperchiato il vaso di Pandora, esce di tutto. Crollano le maschere. Rimango invischiata di nuovo. E stanotte implodo, per la centesima volta. Mi spengo e implodo.

E ora sto da sola, perché sono stufa di deludere chi non merita delusioni , di fuggire da chi non merita di essere lasciato. STUFA di farmi corteggiare, quando mi frega solo di te. Stufa di essere delusa da me stessa. Sono stufa, ma seriamente stufa

Io non vedo una via di fuga, i ciechi sì. Ma io ci vedo benissimo. Mi pare sia di Brecht, ma non ho voglia di cercarlo. Stanotte sono persa. Ogni cosa su cui si posava la tua attenzione, diventava una profezia. Avevi questo modo di intuire i cambiamenti un attimo prima che avvenissero. Riuscivi a cogliere il punto esatto in cui tutto sarebbe cambiato e avrebbe assunto un aspetto nuovo. Meraviglia. Cazzo, perché non mi hai detto che sarebbe stato una merda??Perché non mi hai mandato una fotografia del divenire? Fotografo del divenire, ma incapace di stare nel presente.

E sì lo so, perché ti conosco. I pensieri scritti non hanno senso, ma io li scrivo ugualmente. Stanotte non conta. Mi spengo e implodo

E ho paura di continuare a trascinarmi i postumi di te, portarmi dietro il tuo sapore negli anni , di paragonare chiunque a te. Ho paura di non lavare via il dolore. E mi rifiuto di cambiare, perché ho paura di quello che succederà se poi mi sento uguale. Lacerami la pelle. Tu sei pensiero e ricordo stanotte. Chi di noi è reale? Io che sono morta e ama o tu che sei un morto incapace di amare. Dici che siamo affini. Sì negli sbagli. Nel dolore. Nei baci avvelenati.

Dicono che starò bene fra un po’ di tempo, sì ma il tempo passa e io mi trovo alle 2,30 ad ascoltare la canzone che odio di più dei Nirvana.

E sono incazzata con me stessa. Mica con te. Sono io l’imbecille.

Amen, posso andare a letto.

A.

Torneremo a scorrere

Ieri ho rivisto il Professore S.

Il prof. S è stato il mio insegnante di filosofia in terza e quarta superiore (ex prima e seconda liceo classico). Il prof. S è completamente folle, solo, incapace di comunicare, perso nel suo mondo e con una forma mentis diversa da ogni altro essere umano.

Il prof S parla una sua lingua che consta di dialetto siciliano, italiano e neologismi. Non è possibile capirlo. Il primo giorno di lezione ci diede la cassetta degli attrezzi: una lista di parole da lui inventate che avremmo dovuto memorizzare. Fra queste la mia preferita è sempre stata adulteria, ossia “età adulta”. Il professore S. ha bisogno di un traduttore, ha una mente talmente fervida da inventare termini per esprimere dei concetti, che non hanno un corrispettivo in italiano.

Il prof era entusiasta e quando tentava di spiegare incantava, perché era così lontano dal mondo reale e così perso in se stesso. Gli occhi gli brillavano

Ogni filosofo era modificato a suo piacimento ed era adattato al suo pensiero. Tutti i filosofi diventavano il prof S e si somigliavano. Il manuale era, a suo avviso, sbagliato e ci chiedeva di cancellare numerose frasi e riscrivere sopra quello che diceva. Il prof indossava sempre lo stesso completo grigio troppo grande e arrivava in classe con un mucchio di fogli, in cui si perdeva e che non riusciva a tenere ordinati. Io ero la vox: colei che doveva leggere le assurdità scritte sopra i suoi fogli. Lui mi dava gli ordini: “Ora mettici enfasi” “Rallenta, il concetto è pregno, pregnativo”(termine di sua invenzione) “Scandisci le parole”. Il mio amico Lello era manine d’oro: colui che doveva tracciare sulla lavagna le strane linee del tempo, gli schemi o i diagrammi che avrebbero dovuto farci capire qualcosa, ma complicavano tutto. Le interrogazioni erano disastrose, le domande erano criptiche, tipo: “è o non è” “pensa o riflette?” (non scherzo) , e te non sapevi cosa cazzo intendesse e provavi a indovinare. Ricordo un’interrogazione, in cui un mio compagno di classe stava tentando di dare una risposta ad un quesito. Notai dalla faccia del prof che stava sbagliando e scossi la testa. Il prof mi guardò sorridendo e mi disse: “A.hai capito tutto”. Invece no, non avevo capito un cazzo. I voti erano espressi in croci, più la croce era perfetta, più avevi fatto bene. Non abbiamo mai capito come, in un secondo luogo, avvenisse la conversione delle croci in numeri.

Dato che nessun genitore andava ai suoi ricevimenti, io mandavo il mio babbo, perché mi dispiaceva per il prof. Pasc aka mio padre mi diceva: “Ma che ci vado a fare? Non capisco nulla.”,ma alla fine ci andava sempre . Mio babbo era costretto ad ascoltarlo per più di un’ora, perché, sapendo che nessun altro si sarebbe presentato, lo teneva il più a lungo possibile.

Una volta io e alcuni miei compagni di classe avevamo deciso di fare un video musicale nel parcheggio della scuola. Ci venne l’idea di chiedere al prof se potevamo filmare anche la sua bellissima auto d’epoca. Un paio di giorni prima del video andai a cercarlo e gli chiesi: “Prof possiamo filmare la sua auto? ” E lui: “Certo, vi darò le chiavi , ovviamente voglio esserci mentre la guidate”. Mica gli avevo chiesto di guidarla. Il prof S, nella sua follia, non si era reso conto che avevamo sedici anni e non avevamo la patente. OVVIAMENTE non glielo ricordammo e il pomeriggio del video guidai la macchina nel parcheggio della scuola (don’t worry, quel matto del mio ex, che faceva anche le gare, mi aveva insegnato a guidare e anche a fare drifting, ma non feci nessun drift, perché in primis sono sostenitrice di ciò che ci insegnano i porno, ossia del: “misbehave responsibly” . Secondly non era l’auto adatta). L’ultimo anno il preside ci tolse il prof S., perché alcuni genitori si erano lamentati della sua incompetenza. Al suo posto, venne un professore normale che spiegava bene, che sapeva usare il registro elettronico e usava il libro di testo. Io andai dal prof S per dirgli che mi dispiaceva e lui indicando l’alto mi disse: “Vuolsi colà ove si puote ciò che si vuole e più non dimandare” . Questa citazione di Dante è una delle poche cose comprensibili che mi abbia mai detto. Quell’anno fu l’ultimo anno del prof S prima di andare in pensione. Anche se non era più il mio insegnante, ogni tanto lo incrociavo nei corridoi e parlavamo. I suoi occhi non brillavano più, aveva perso l’entusiasmo, e come mi disse: “Madame la PHILOSOPHIE ha bisogno di me, ma sono stanco”. Era sempre più piccolo in quel completo grigio talmente grande da farlo scomparire e fagocitarlo.

Ieri, dopo un paio d’ anni, ci siamo incontrati per caso e siamo andati a prendere un caffè. I suoi occhi brillavano di nuovo. Gli ho chiesto come stava e lui mi ha parlato, anzi, ha dialogato con se stesso. Come se non ci fossi. Il suo è un monologo, un folle monologo che non esige un interlocutore. È una trasposizione senza filtri del suo pensiero complesso: usa perifrasi, ellissi, espressioni dialettali, dislocazioni a destra o a sinistra, deissi, nomi di tizi sconosciuti, salti temporali, connettivi e coesivi a casaccio, termini che si inventa di sana pianta…. Il professore S. parla con il suo io, le sue parole sono un folle volo che lasciano meravigliati e storditi. Ciò che dice è enigmatico, incomprensibile e affascinanate. Non puoi sforzarti di capirlo, perché è impossibile stargli dietro. Io lo ascolto e rimango catturata dai suoi gesti, dai suoi occhi che brillano, dal suo modo di raccontarsi, dalla sua incapacità di comunicare, dalla sua solitudine. Quando parla, non mi arriva nessun messaggio reale, ma la mia mente produce moltissime immagini. È il canto del muezzin, è la profezia della Pizia, è un discorso origliato in un mercato straniero, è un racconto di Luciano di Samosata, una dichiarazione d’amore nel linguaggio dei segni, una fiaba gaelica, una commedia del theatre of absurd. Potrebbe essere tutto. Le sue frasi sconnesse attivano l’immaginazione e mi fanno intravedere, anche solo per un attimo: l’altro mondo , quello fantastico, quello definito irreale. Inizio a riflettere. Oggi siamo ospedalizzati in questo mondo, siamo prigionieri di questa realtà e, conseguentemente, ne siamo asserviti. La separazione fra fantasia e realtà è ricondotta a quella tra mondo soggettivo e oggettivo; e questa distinzione implica che le fantasie, in quanto non dimostrabili scientificamente, siano false. A mio avviso, invece, è necessario mettere in discussione la distinzione fra mondo immaginario e mondo reale. Anche se la conoscenza fantastica non è presa sul serio dalle persone, ci avete fatto caso che ricorriamo ad essa in ogni momento? Ricorriamo al fantasticare quotidianamente e per questo lo diamo per scontato. Ci serviamo della fantasia per interpretare le cose, ciò che è fuori dalla nostra portata o esperienza, oppure quando abbiamo paura, o quando siamo innamorati….

Il nostro sistema emotivo si basa su come immaginiamo ciò che non è sotto i nostri occhi. E ciò non sarebbe possibile senza la fantasia. Nello scritto sull’anima, Aristotele spiega come avviene la produzione di immagini, le quali sono chiamate: phantasma e phantasia (entrambi da phaino, che vuol dire mostrare). Le immagini, a detta di Aristotele, sono delle figure che si mostrano in noi come un richiamo a percezioni avute o possibili. Tento di spiegarlo in modo facile: le immagini sono il frutto della combinazione fra ciò che abbiamo percepito attraverso i sensi e ciò che comprendiamo attraverso l’intelletto. La percezione e l’intellezione sono fondamentali per la produzione immaginativa. Una volta prodotte le immagini, possiamo richiamarle alla mente proprio grazie alla fantasia.

Il ricordo è immaginare in modo fantastico qualcosa che è avvenuto, è ripensare a qualcosa fantasticamente. Può essere un ricordo pressoché uguale alla realtà, ma dal momento che non è sotto i tuoi occhi, stai fantasticando. Vico sosteneva che:” la memoria è l’stesso della fantasia”, secondo il filosofo, l’immaginazione e la fantasia non sono produzioni soggettive, ma sono una specie di filo che collega gli uomini. In altre parole: noi possiamo capire mitologie e fantasticazioni lontane da noi, perché la nostra mente è disposta a produrre fantasticazioni simili, cominciando da quando siamo bambini. Secondo Vico leggiamo e amiamo l’Iliade, perché, anche se è una realtà lontana, riusciamo ad immedesimarci proprio grazie alla fantasia/immaginazione. La fantasia/immaginazione è, per Vico, una vasta memoria collettiva, che ci collega al passato e ci permette di recuperare ciò che è lontano da noi nel tempo e nello spazio. Fantasia è lo strumento che ci fa superare i limiti umani e non, che, ad esempio, ci fa scrivere un racconto sugli alieni o ci porta a leggerlo, apprezzarlo e a comprenderlo, pur senza averne mai visto uno. È un patrimonio collettivo che andrebbe coltivato.

Anche nella comprensione del mondo, la fantasia ha un ruolo importante. Non è nello scambio asettico di informazioni che capiamo qualcosa del mondo esterno, ma nel processo con cui ci proiettiamo verso ciò che si configura come esperienza e passione. Non capiamo qualcosa del mondo nell’immediato, capiamo solo al momento della rielaborazione di ciò che ascoltiamo, ciò che leggiamo e ciò che ricordiamo. Capire implica il ricorrere ai processi immaginativi, implica la metabolizzazione di un concetto, NON è assolutamente il limitarsi ad immagazzinare le nozioni. Capire è un processo lungo, è un viaggio che richiede impegno e dedizione, è un’immersione faticosa.

Il semplice nozionismo ci può rendere apparentemente più colti, ma non ci arricchirà, non ci porterà a vedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo.

Mentre ero intenta a tessere i miei penseri nel mondo delle idee, ho sentito che il prof S mi aveva rivolto una domanda: “E te cosa pensi di tutto ciò?”. La domanda mi ha riportato all’hic et nunc e non sapevo cosa dire, perché non avevo capito un cazzo. Quindi ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente, ossia : “Penso che sia tornato a scorrere”. “Esatto A. , sono tornato a scorrere, è una cosa bella?”. Mi è sembrato un bambino in cerca di rassicurazione, perciò ho detto:”Molto bella, dovremmo tutti tornare a scorrere“. E lui mi ha sorriso con quello sguardo pazzo. Poi mi ha chiesto il numero di telefono, perché as he said è sommerso dalle mails e non riesce a rispondere a tutte. Se lo è segnato su un foglio volante, ci siamo salutati e siamo tornati a scorrere. Io leggermente stordita. Lui con il mio numero destinato a perdersi fra le sue carte.

A.

Torneremo a scorrere è una frase ripresa da ci sono molti modi degli Afterhours. Canzone meravigliosa da ascoltare

Figli che un cavano un ragnolo da un buco (proverbio adattato al contesto)

Buondì ,

Mi ero prefissata di scrivere qualcosa di ironico, poi, però è venuto fuori qualcosa di diverso. Mentre scrivevo, ironia e tristezza si sono mischiate creando un ibrido, che forse non è il massimo, forse stona, forse, anzi, di sicuro è grezzo. Però è esattamente come sono io. Spoiler: la parte semi – tragica è alla fine, quindi, se volete evitare tragedie e piagnistei scritti di notte in preda alla PMS, skip that.

Pochi giorni fa è nato il bambino di mio cugino. Quando sono andata all’ospedale, dopo i preamboli in cui sei obbligata a trovare necessariamente delle somiglianze figlio-genitori (non importa se ti pare uguale a qualsiasi neonato, dovrai comunque passare da questa tappa), mi è stato chiesto di prenderlo in braccio. A me non andava proprio, in primis perché non vedo il motivo di sballottare un bambino nato da poche ore e secondly i bambini mi piacciono, finché sono nella loro culla. However, l’ho preso in braccio e so che il pensiero comune sarebbe stato: “che bello tenerlo in braccio, che bello essere madre…”. Ma io l’istinto materno non ce l’ho. Ed ho pensato: “che responsabilità, meno male che non è mio figlio”. Perché anche se quell’esserino è leggero, quasi formato tascabile, l’onere di avere quella vita in mano io l’ho sentito tutto. E sono stata ben contenta di lasciarlo a sua madre, e le ho chiesto: “Ma non hai paura?” e tutti hanno riso. Che cosa dannatamente divertente. Loro, a quanto pare, non hanno paura, ma io l’avrei.

Ci vuole coraggio a mettere al mondo qualcuno in questa società, mica siamo nell’età dell’oro o degli eroi. C’è la crisi, il surriscaldamento globale, le bombe nucleari, Trump… insomma non è una realtà rosea. Non avete la strizza di far nascere quell’esserino e di darlo in pasto al mondo? È un atto di amore, mi direte, o di egoismo, vi direi. E poi, che ansia, sarai genitore per sempre. Non puoi ripensarci, non c’è l’opzione di reso gratuita o a pagamento che sia, cioè te lo tieni per sempre e convivi con la perenne preoccupazione.

Io avrei paura di attaccargli/le le mie ansie, i miei squilibri e un po’ dei miei dubbi. Avrei il terrore di lasciargli degli irrisolti non suoi che non riuscirà a scrollarsi di dosso. E avrei paura di non essere capace, di non riuscire ad arginare il mio e il suo dolore, di rispondere alle domande con altre domande, di non ricordarmi le divisioni a tre cifre…

Poi magari cresco un coglioncello/a e sì avrà il cognome di mio marito, o del mio compagno, del povero cristo che mi piglia, ma anche se la reputazione dei miei avi sarà salva, io madre non rimarrò impunita e sarò giudicata dai Genitori con la G maiuscola. Quelli che chiamano il figlio Gianluigi Maria, quelli convinti della superiorità fisica, mentale e psichica del pargolo. Quei simpaticoni che partono in loop con l’elogio del figlio genio. Ma io vi chiedo:questi Gianluigi Maria li tenete segregati? No, perché io non ne conosco neanche uno, quindi, cari GianLuigi maria, palesatevi e risollevate il paese. Ora più che mai abbiamo bisogno di voi e delle vostre infinite qualità.

E certo, in mia difesa, potrò dire di aver fatto il possibile, che a mia figlia ho fatto leggere tutte le opere di Simone de Beauvoir, ma che lei proprio non vuole far altro che essere madre, moglie, casalinga e Mannytutto fare. E no, non c’è nulla di male, ognuno deve seguire le proprie inclinazioni ed essere felice, ma a me scoccerebbe. Oppure ancora peggio se mia figlia fosse una dichiaratamente femminista che professa la parità, ma sostiene comunque che: “l’uomo deve fare l’uomo, la donna deve fare la donna. L’uomo deve pagare, la donna stirare” e quindi non ha capito un cazzo. Oppure un figlio/a che rifugge il pensiero complesso e, in quanto dotato di capacità di sintesi, esprime le sue idee elevate con: “mamma, pappa, ciccia, dindi”. Come dovrei comunicarci? Sarei costretta ad interessarmi alla trap e a rappare? “Ehi son, quando parli di your mother sciacqua la bocca, altrimenti manco un euro ti tocca”.

O magari ti sei preparato delle risposte brillanti a domande: “perché si muore?” “perché si nasce” e lui/lei chiederà soltanto: “perché si fa la cacca?”. O per far finta di essere intellettuale, ti sei imparata il dizionario Zanichelli, usi i tecnicismi collaterali, dici: “Accuso un vivo dolore nelle regione epigastrica”, sai gli incipit dei romanzi maistream come Anna Karenina, ma lui o lei ti chiederà solo di andare a vedere la partita, di litigare e, se necessario, menare i genitori della squadra avversaria. E in quei simpatici contesti vinci se sei più forte, a nessuno importa se conosci il significato di “deagentivizzazione”. È la giungla.

Ovviamente tutti vogliono che il proprio pargolo sia il migliore dei migliori, però potresti essere di quella tipologia di genitori “basta che sia figo e alto”, però, se tu e il #poverocristochetipiglia fate Brunetta in due, anche se la genetica è quasi sempre benigna, sarà dura che venga un giocatore dell’NBA. Oppure potresti essere della categoria: “finti martiri”, : “Credi sia facile crescere un bambino tanto gentile?””Credi sia facile crescere un figlio tanto intelligente, socievole e bello? “.Non credo sia facile, è paragonabile al sacrificio di Harry Block nel film”Harry a pezzetti” di Allen: “Mio Dio, credi che farmi fare un pompino da una tettona ventiseienne sia stato un piacere per me?”. Questo è un vero martirio, siamo solidali.

Tutto ciò per dire che non è detto che tuo figlio ti piaccia. Questa è una rivelazione apparentemente scontata, a cui sono arrivata dopo una bella sessione di overthinking. Da piccola ho letto “Mia madre non mi ha mai spazzolato i capelli” di Marilyn French(decisamente non adatto ai bambini, specialmente se volete che l’approccio al sesso avvenga il più tardi possibile ). Più che dal softcore, rimasi sconvolta dalla figura della madre che non vorrebbe essere madre. Ai miei occhi di bambina, era inconcepibile che una madre vivesse la maternità come una condanna. Dopo anni di rilettura, sono arrivata alla conclusione che forse era possibile, ma sicuramente molto raro. Recentemente, dopo averlo divorato per l’ennesima volta, mi sono chiesta perché amassi tanto quel libro. E la risposta era chiara, e anche se stava da 10 anni sul comodino, non mi si era mai palesata fino a quel momento . Mi piace il libro, perché quella figlia sono io e quella madre è la mia. Mia madre è così. E quando è venuta fuori la verità, dopo aver impiegato anni a mettere insieme i tasselli, ho capito molto di te mamma. Solo allora ho cercato di capirti, di guardarti dentro, di intuire i sentimenti, di comprendere che la maternità non è uguale per tutte.

Tu, mamma, ci ami, ma non ti piacciamo. Al corso preparto non te lo avevano detto che non saremmo state come volevi. Lo sappiamo che volevi che mia sorella fosse meno lesbica e che io fossi meno cazzatrice. Ci avresti volute più brillanti, più tolleranti, meno spigolose, con la gonna sotto al ginocchio, con le gambe chiuse, più bionde, più altruiste, meno ingrate, più colte ma senza pensiero critico, meno scaricatrici di porto, più composte, religiose, meno ribelli, massaie degli anni 50. Ci ami, ma non ti piacciamo e certo gioisci dei nostri traguardi, ma non sono mai abbastanza. E che cazzo, hai sacrificato la tua vita e la tua carriera per noi, ti dobbiamo tutto.E invece no non facciamo altro che deluderti. Ed è triste e ti capisco. Per te la maternità è una favola sadica: la madre genera, tiene in vita, si annulla e il figlio, in segno di riconoscenza, deve riscattarla. E, invece, noi stronze, ingrate e esigenti ci siamo rifiutate di accogliere questa eredità di doloroso altruismo. Il tuo è un sacrificio dolce, ma, cazzo, sempre un sacrificio. Ci abbiamo provato ad essere all’altezza delle tue aspettative, abbiamo anche fatto il classico, come volevi, abbiamo studiato musica, anche se non volevamo, abbiamo mangiato, come volevi tu, abbiamo fatto gli sport che volevi. Però, no non eccellevamo in niente e stanche di ricercare inutilmente un tuo sguardo di approvazione, abbiamo smesso di rincorrere il tuo sogno, per concentrarci sui nostri.

E capisco il tuo dolore. Ci provo a capirti. Capisco il tuo tentativo di trovare in noi qualcosa di te. Capisco che volevi che fossimo la tua prosecuzione o il tuo riflesso migliorato. Mica ti arrendi, dai la colpa allo sporco, e credi che, a furia di pulire, a furia di provare tutti i prodotti in commercio, troverai in noi qualcosa di te che in realtà non esiste. E capisco quando ti incazzi con il babbo, perché lui non capisce la tua insoddisfazione. Lui è di poche pretese, è adepto della corrente di pensiero: “purché nasca qualcosa”, si è limitato a piantare i semi e a raccogliere le carote che sono venute fuori. Per lui qualsiasi cosa facciano le sue due carote è meravigliosa: “Hanno preso la patente!” già come 7 miliardi di persone, “A. a due anni parlava” te capì, GianLuigi a quell’età cantava in sanscrito. Tu, mamma, avevi aspettative altissime. Volevi due parchi inglesi, ordinati, con il prato verde, pieni di fiori, con il giardiniere… Avere due carote deve essere stato un duro colpo, perché, anche con l’impegno, non saranno mai parchi inglesi.

E ti capisco, deve essere dura ammettere che la tua famiglia non è quella del Mulino Bianco, quella della pubblicità: “mi passi l’olio”, quella dell’ormai noto Gianluigi, che le tue figlie parlano una lingua che non capisci. Che devi urlare per farti sentire. Che dovete usare filtri, perché il vecchio e nuovo non sempre si incastrano. E so che hai paura che quei due pezzi di core non ce la faranno, mica ti paiono tanto equilibrate, mica sono intelligenti, mica sono abbastanza, mica sono forti, mica sono ancorate a terra. E non ti va bene quando qualcuno ti dice che sono brave, perché loro non devono essere solo brave, devono essere le migliori. Tu eri abbastanza brava e non sei arrivata dove volevi. Le tue figlie sarebbero dovute essere il tuo riscatto, ma non lo sono.

E tu non le capisci, non capisci perché siano tanto ribelli, tanto diverse dalle altre ragazze, così sprezzanti delle etichette, così dannatamente complesse. Ti viene l’ansia per quelle due, magari se fossero stati uomini sarebbe stato meglio, non è facile essere donne, specie se lesbiche e/o tanto ribelli, non è facile essere sole. E so che ti chiedi lo facciano apposta a pugnalarti il cuore, come quando quella lì dopo il diploma è andata a lavorare in Inghilterra o come quando hanno lavorato tutta l’estate per fare l’interrail, anche se non volevi. No, non le capisci. Le ami, ma non ti piacciono. Avevi impostato la tirannide, durante l’adolescenza ti abbiamo chiesto la democrazia. E dopo il tuo rifiuto, fu anarchia.

Tu, al posto delle carezze, ci hai dato i baci con il pungiglione. Hai riversato le tue aspettative, i tuoi sogni e i tuoi desideri. L’affetto lo hai urlato. Per te amore è alzare l’asticella, non accontentarti, non complimentarsi, dirci che siamo incapaci. Lo capisco che, secondo te, sta agli altri dirci che siamo in gamba, mentre te ci devi solo criticare. Lo capisco che pensi che sia giusto così, e forse, hai ragione. Il tuo è un amore violento ed è forte, tanto forte da farci soffocare. La percepiamo la tua paura e insoddisfazione, anche quando è silente e non ce la urli. Percepiamo il tuo sforzo di tenerci assieme, di farci sembrare migliori agli occhi degli altri. Percepiamo più di quanto pensi , perché volenti o nolenti, siamo legate da questo cordone ombelicale . Anche se, a tratti, vorremmo reciderlo, non ci riusciamo mai del tutto. Sentiamo il tuo dolore, anche se cerchi di nasconderlo persino a te stessa.

A furia di leggerlo l’ho rovinato

Spesso ho sbagliato nei tuoi confronti, ho sbagliato i toni, i modi, ho sbagliato ad uscire di casa di nascosto calandomi dalla finestra (una volta mia sorella è caduta, si è rotta il braccio e siamo state scoperte) , ho sbagliato a farti preoccupare, ad essere polemica, ho sbagliato a sfidarti, ho peccato di hybris, ma non pecco ad essere ciò che sono. Come non pecchi te quando ammetti che ci avresti volute differenti, quando dici : “Ho partorito due coglione” o più finemente: “Le mie figlie non rispecchiano i miei standard”. E lo so che in fondo hai capito che io rimarrò come sono e lei rimarrà lesbica, e no non è una fase, non è proprio possibile farla diventare fallocentrica, ma soprattutto non le piaceranno neppure i “maschi un po’ femminili”.E mi chiedo quanta amarezza sia celata in quelle foto di famiglia, quelle in serie, quelle in cui ci vestivi uguali, quelle sempre identiche, quelle in cui al 3 dovevamo ridere. E mi chiedo se già allora tu presagivi che una forza centrifuga ci avrebbe disperse. E lo so che il cuore sanguina quando vedi allontanarsi quei pezzi di core sempre meno tuoi. Senza voltarsi indietro. Senza guardarti negli occhi. E lo so, perché anche il mio cuore sanguina quando ti leggo dentro.

A.

Amicus verus, rara avis (amico vero, uccello raro) compie 27 anni

Lo storico aka my best friend sta per andarsene in Germania, dove ha ricevuto un’offerta di lavoro. Quel fancazzista ha tentennato, perché qui ha i #suoiamicilasuafamiglia, ma in realtà ha solo tanta paura. Quindi, pur dispiacendomi dell’espatrio, ho dovuto ricordargli dell’assenza di futuro in Italia, di quanto sia stato fortunato, della presenza della Merkel, di quanto le crucche siano bone…. E alla fine, ovviamente, si è persuaso (penso che la frase sulla Merkel sia stata decisiva).

Io e lo storico ci conosciamo da sei anni, lui usciva nella compagnia del mio ex e mi è rimasto subito simpatico, invece, io gli facevo pena, perché stavo con lo stronzo. Basically, dopo queste liete premesse, siamo diventati “lui il gatto, io la volpe”, “Thelma e Louise”,” Mila e Shiro” . Insomma avete capito

L’amicizia fra uomo e donna è possibile, io e lo storico ne siamo la prova, anche se i nostri ex o ex frequentanti non sono mai stati tanto felici di questo nostro rapporto h24 7 giorni su 7. E non capiamo perché nessuno sia felice della nostra annuale e solitaria gita a Budapest. Io al cazzetto di turno dico:”Ma non ti preoccupare vado in vacanza con il mio amico single, palestrato, colto e simpatico. Sì solo noi due. No, non è gay. Sì quello con cui ho passato praticamente gli ultimi sei anni della mia vita, quello che mi chiama almeno una volta al giorno. Ovvio che dormiamo in camera insieme, mica siamo dei ricchi sceicchi. Ma sei geloso? siamo solo amici”. Lui alla femmina di turno: “Ma di cosa ti preoccupi? Vado in vacanza con la mia amica che fa pole dance, palestrata, con la fama di cazzatrice… Oh sì quella che sa tutto di me, da quale è il mio gusto di gelato al mio porno preferito. Quella con cui a volte piango se guardo Titanic. Perché non approvi ? “. No, comunque a parte gli scherzi, io e lo storico non abbiamo fatto mai nulla di sessualmente compromettente, perché io non ho tette e perché lui non è abbastanza maledetto. Però Maths lover il saggio ha ragiore a dirmi: ” Te sei un caso disperato, perché non solo hai un ex ingombrante, ma hai un migliore amico ben più ingombrante” .

Ma vuoi mettere avere qualcuno con cui ridere e piangere? Con cui andare a fare shopping? Con cui parlare di cazzate o di massimi sistemi? O con cui stare in silenzio, senza sentirsi in imbarazzo? Che ti ricorda che sei un po’ iena e tu gli ricordi che lui è persino peggio? Vuoi mettere qualcuno che finge che la zuppa di miso di madre sia buona solo per farla contenta? Che ti faceva le versioni e che ti ha scritto la tesina? Che ti sopporta nella tua follia? E che tu sopporti nei suoi tentativi di auto sabotaggio? Che gli metti le lenti a contatto, perché lui non è capace?

No, non vuoi mettere, perché come lo storico ripete da anni: “Meglio di questa amicizia sarebbe solo scoparsi Belen”. Ma Belen è utopia.

Quando mia madre, in preda alla disperazione, gli chiede perché non mi piglia, lui dice :”Sono troppo giovane, bello e bravo per gli standard di A”. E quando la madre dello storico, che è simpaticissima, mi chiede di levarglielo di torno, io dico: “Lui vuole un figlio maschio, io una figlia femmina. Nel caso in cui nasca una figlia avrei vinto io, nel caso contrario lui.E una relazione deve essere paritaria. No, non dire che potremmo averne due… Ci hai visti? Siamo due disagiati, anche gestire un cane di piccola taglia sarebbe un’ardua impresa”.

E continuamente ci viene chiesto se stiamo insieme e noi rispondiamo: “noi stiamo insieme, solo che non scopiamo”. Perché non ha senso complicare le cose. Perché è bello così. Sì, è bello essere una coppia di ottantenni nei corpi di ventenni e scopare altrove.

Mi hai insegnato che può essere sabato sera anche senza uscire e ubriacarsi. E che talvolta stare sul divano a guardare When Harry Met sally, mangiando popcorn (a casa sua) biscotti vegani (da me), ripetendo le battute a pappagallo, è infinitamente più divertente. E che le domeniche piovose erano meno pallose quando studiavamo insieme. E insomma come canta la Pausini:” lo storico se n’è andato, e non ritorna più, il treno delle 7,30 senza lui”….

Mi hai retto la testa mentre vomitavo e io ho ricambiato il favore, perché, gli amici si sostengono da sbronzi e da sobri. E tu mi fracassi i cojones su quanto siano belle le tettone e sul cellulare avevo solo foto di culoni e tette enormi che mi inviavi e che farebbero dubitare chiunque della mia eterosessualità.

Ti ringrazio infinitamente di rimproverarmi, di darmi consigli non richiesti , di essere più palloso dei miei (e ce ne vuole). Quando ero a Londra, ero entusiasta di stare lì e ci volevo rimanere, tu, invece, mi hai detto: “Non starò a guardarti mandare a puttane tutto, devi tornare, fare l’università perché hai l’opportunità e le capacità. Poi, dopo la laurea, potrai tornare a fare quel cazzo che ti pare. Non sarò io a dirti che fai bene a vivere qui, se vuoi sentirti dire cazzate, vai da qualcun altro. Io ti dico la verità nuda e cruda. Quindi smetti di fare quella che se ne sbatte del suo futuro e torna a casa”. E me lo hai detto in modo brutale, ma avevi ragione . Noi ci parliamo in modo onesto ma aggressivo, perché abbiamo la capoccia dura e se le cose non ci vengono urlate, non ascoltiamo. E litighiamo di continuo, perché non siamo facili: tu rispondi alla cazzo e io ti tratto di merda. Ma dopo due minuti di rabbia funesta in cui ci picchieremmo a sangue, ci viene da ridere e ci perdoniamo. Io sono la pars construens, tu destruens. Io sono quella che si getta a capofitto, tu quello che mi tira indietro. Tu sei il cervellone elitario, io la contadina a cui piace leggere.

Ti trascino a fare cose assurde e tu accetti perché il mio entusiasmo ti contagia. Ora, da circa un anno, siamo divenuti amanti del birdwatching e,armati di binocoli, ci rechiamo sui monti a osservare gli uccelli. Eh sì, l’ornitologia ci affascina e abbiamo dato a tutti i nostri conoscenti nomi di uccelli. “Quello sembra un airone cenerino”, “Quello un neophema pulcella”… Se avessi una conoscenza parimenti approfondita delle materie che studio, sarei già laureata.

Ti faccio ridere con la mia pazzia o con le mie battute. E il fatto che tu rida alle cazzate che sparo, non è sintomo di sanità mentale, sappilo. Tu, invece, mi fai piangere con le tue lettere melense. Perché sei peggio di Moccia, perché il romanticismo da 4 soldi e le frasi ispirate ai baci Perugina o alle canzoni di Chiesa(tipo: “Tu sei la mi vita, altro io non ho, tu sei la mia strada, la mia verità) mi fanno espellere tutti i liquidi corporei. Quindi grazie di preservarmi dalla ritenzione idrica.

Ed io cerco di convincermi che non mi mancherà prendere 25 caffè con te in tempi di esami, non mi mancherà affatto accompagnarti a fumare quando ci sono meno 25 gradi, non mi mancherà prestarti i preservativi da usare con una delle tue tipe, non mi mancherà essere gli unici giovani al concerto degli Afterhours, o andare ai circolini a sentire band amatoriali di merda, o prenderti in giro perché ti piace Gigi D’Alessio, o portarsi, in tempi di magra, la vodka da casa nella borraccia o sentirti descrivere le forme delle vagine . No, non mi mancherà attaccarmi al tuo Wi-Fi. E no, non mi mancherai tu disturbato a cui non disturbano troppo i miei disturbi.

E sì sono incazzata perché non è giusto che uno debba essere costretto ad andarsene dal proprio paese per trovare lavoro. Sono incazzata, perché espatriare dovrebbe essere una scelta, non un obbligo. Scusate, ma mi fa incazzare più la fuga dei talenti, che l’uscita della Juve dalla Champions. E sì mi incazzo, perché la politica si concentra volutamente su una minuscola parte del problema senza avere una visione d’insieme. Perché è tanto comodo quanto inutile indirizzare la rabbia repressa della gente verso chi arriva. MA intanto i giovani continuano ad emigrare e ad andarsene. NON mi metterò a parlare di politica, perché sono troppo incazzata.

Lo so che hai paura, lo so che non è facile, so che non vorresti andartene dal tuo nido (ormai usiamo solo metafore ornitologiche) , però so anche che sei in gamba e potrai, se ti impegni, bere quanto un tedesco senza morire di cirrosi.

edf

Tu vai pure, lasciami qua con due binocoli a scrutare il volo degli uccelli da sola. Tu cercherai di interpretare il volo degli uccelli germanici, ma l’ornitomanzia tedesca, mica è scontata, mica la sai, e i crucchi sono produttivi, mica hanno il tempo di essere auguri. Ma io continuerò per me, te e per Romolo e Remo. Perché se a Romolo non fossero apparsi il doppio degli uccelli di Remo, Roma non sarebbe mai stata fondata. E verrò a trovarti, non perché mi mancherai, ma perché voglio vedere gli uccelli crucchi da vicino .

Buon ventisettesimo compleanno e goditi la tedeschia♥️

A